I Jet sono abbastanza inutili, anche se il primo album a suo tempo mi aveva colpito, fresco e seventies.
Comunque, insomma, niente di che, ora siamo al terzo album e quindi ce ne sono diciamo due e mezzo di troppo.
Però sono troppo sensibile a ogni scintillante, per quanto scontato, riff di chitarra per non invaghirmi di questa Seventeen, che immagino sia nata durante una stanca serata in sala prove, cazzeggiando ubriachi una versione strafatta di Hold the line dei Toto (ma il riff scopiazza le Hole di Celebrity Skin)
(Dedicato al tizio su quella macchina bianca che mi ha squadrato perché, Seventeen in cuffia, facevo air guitar attraversando la strada, tra l’altro diligentemente sulle strisce e col verde per i pedoni, quindi nemmeno così trasgressivo).
L’Electric Light Orchestra è stato sicuramente il gruppo più barocco della storia del rock. Comprendeva persino un terzetto d’archi, mah. Arrangiamenti eccessivi, densi, troppo spesso stucchevoli, tra rock progressivo, Beatles e discomusic. In effetti l’obiettivo iniziale e dichiarato era proprio quello di ricominciare dove i Beatles avevano finito. Tra il dire e il fare stavolta c’erano di mezzo una certa estetica glam anni Settanta, che mal si sposava con la sobria classe dei Beatles, e l’abisso di genialità che separa il buon Jeff Lynne da Lennon e McCartney. Comunque, l’ELO riscosse un notevole successo per tutti i settanta e indovinò anche qualche pezzo notevole. Come Mr Blue Sky, questa sì palesemente in debito coi Beatles, rintracciabile anche nella colonna sonora di Eternal sunshine of the spotless mind, capolavoro con Jim Carrey.
"I Beatles sono solo miei, non miei e di Laura, non
miei e di Charlie, non miei e di Alison Ashworth, e anche se mi daranno delle
emozioni non saranno mai brutte emozioni”.
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