Non il solito coccodrillo per Rick Wright.
Dopo la fugace reunion del Live 8, con tutte quelle voci che si rincorrevano, un pò ci avevo sperato a quel nuovo album in studio dei Pink Floyd, di nuovo tutti e quattro insieme per la prima volta dal 1979, The Wall. Ci avevo fatto un pò la bocca e sognavo non solo e non tanto le meraviglie di Gilmour alla chitarra o le paranoie di Waters sui testi, quanto i sottovalutati ricami alla tastiera di Richard Wright. Non è che nessuno se lo sia mai filato tanto, persino il batterista Mason era riuscito a mettersi più in vista, scrivendo una splendida e monumentale biografia del gruppo. Lui, Rick Wright, se n’è sempre rimasto un pò in disparte, dietro quei due geniacci di Gilmour e Waters, dietro le loro liti, dietro la loro grandezza, un pò come George “The Quiet One” Harrison dietro Lennon e McCartney. E invece, proprio come per George, a riascoltare l’opera dei Pink Floyd si scopre che gran parte di quella meraviglia di suoni e atmosfere la si doveva proprio a lui, Rick Wright. Su The Division Bell, l’ultimo album del gruppo, c’era questa Wearing the inside out, che mi ha sempre fatto impazzire, anche per il vocione con cui la cantava.

Penso che DIO sara’ contento di ascoltarlo dal vivo.
Beh, Dio metterà su Dark side su cd, magari discutendone con Rick…