Dig out your soul

Che tenerezza gli Oasis, sono anni che provano a riprendersi e fanno una fatica immane, perché le idee sono quelle che sono e la scena non è più quella di quindici anni fa e loro lo sanno, ma più di tanto non riescono a fare. Perché gli Oasis sono stati davvero i leader del Brit-Rock o Brit-Pop a seconda di come lo si voglia vedere e intendere. Ne sono stati i leader a prescindere dalla qualità delle cose che facevano, a prescindere dal fatto che più o meno quasi tutto quello che hanno fatto i Blur era più interessante. Gli Oasis c’avevano il fisico, gli altri no, la verità è questa. Ma quei tempi sono finiti presto e gli Oasis che fin dal primo album non hanno dimostrato grande creatività (si va beh Wonderwall, si va beh qualche altra, ma in fondo…) sono finiti anche loro. Dal dopo Be here now (in cui già gettavano la maschera e confessavano indirettamente che non avevano più uno straccio di idea) è stata tutta un’agonia. Eppure, ufficialmente, non sono mai morti.

Questo Dig out your soul finalmente torna su livelli che il gruppo non avvicinava dall’esordio con Definitely Maybe. Tirano fuori l’anima davvero e fanno un album rock, niente di più niente di meno. Molta ritmica, quasi nessuna concessione al romanticismo (ad esclusione di I’m outta time, scritta da Liam Gallagher e dedicata a John Lennon, di cui si sente pure la voce). L’immancabile e più smaccato omaggio ai Beatles stavolta è To be where there’s life, con le sue atmosfere figlie di Revolver e la linea di basso rubata a Macca. Per il resto molte buone canzoni che nessuna ragazzina canterà, perché non c’è nessuna Wonderwall e nessuna Don’t look back in anger e nessuna Stand by me. E in fondo la forza dell’album è proprio questa, non ci sono pezzi ruffiani e ci possiamo godere in tutta tranquillità Waiting for the rapture.

~ di mrmontag su 10 Novembre 2008.

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